I tre artisti, esposti in gruppo, presentano una mostra che affronta i vari stadi di reificazione dell’immagine: il materico immanente all’immagine (Jens), quello che viene assemblato all’opera come ready-made (Daniel), e infine quello trasfigurato da un materiale all’altro (Matthew).
Protagonista di questo traslato non è un oggetto di consumo di massa, né un idolo, come nella proposta artistica contemporanea si è sempre più abituati a fruire; bensì uno scarto di stoffa, un pezzo di cartone, una piccola cosa.
La matericità del cartone si staglia in particolare: apprezzato sia da Daniel che da Matthew, simbolo di protezione, ma nell’attuale mondo di consegne a domicilio anche di facilitazione, globalizzazione e viaggio.
Jens e Daniel, d’altra parte, sono uniti dalla produzione di un’arte che origina dall’arte.
Se confrontato sulla scelta di utilizzare carta di giornale montata su tela di lino, Daniel fa riferimento all’invenzione di questa tecnica da parte della New York School: “Simply put, I’m a New York painter, why not start where they did?”. Quel they, l’aura di una presenza fantasmica e fantasmagorica dei pittori che hanno preceduto il discorso attuale, è rilevante, perché sottende la presenza di un dialogo. La pittura, spesso erroneamente considerata come la più solitaria tra le discipline artistiche, è un dialogo costante.
Non c’è pittura senza dialettica tra un pittore e un altro, a lui contemporaneo o no. La pittura è uno sport di gruppo. Infine, l’importanza del processo rispetto all’esito è una dimensione non trascurabile che accomuna gli artisti. Mentre dipinge, Jens vive uno stato che è al contempo «frustrating and exciting», Daniel tiene a puntualizzare: “il processo non è mai doloroso. Non agonizzo sulle opere – nemmeno su quelle che richiedono tanto tempo”.
Per Matthew il processo inizia in stazione ancor prima che in laboratorio: “lavorare con addetti tecnici non artisti in una piccola fonderia commerciale nel West Sussex. Vedo questo dialogo sociale e democratico come parte dell’atto scultoreo, insieme alla camminata per andare e tornare dalla stazione ferroviaria alla fonderia. La scultura finale partecipa della collaborazione, della distanza percorsa e dei pensieri e sentimenti provati lungo il percorso”.
Come elaborando un rompicapo difficile ma avvincente, i tre artisti studiano le possibilità insite in immagini e materiali poveri e consumati, continuando l’imperituro gioco di percorrere i sentieri (quelli meno patinati e più ricchi di erbe matte) del linguaggio.