Simone Berti I Soprattutto Alberi
Con un testo di Luca Cerizza
Inaugurazione:
10 febbraio 2022
18:00 – 21:00
Ingresso con Green pass obbligatorio
Apertura al pubblico:
11 febbraio – 19 marzo 2022
mar, mer, gio, ven: 12:00 – 19:00 sab: 12:00 – 18:00
Press Release

INAUGURAZIONE GIOVEDÌ, 10 FEBBRAIO

11 FEBBRAIO 2022 – 19 MARZO 2022

 

 

Vi ricordate la storia del rinoceronte con le stampelle? E quella del bancone da bar con le ruote? Avete mai incontrato quel piccolo orto sospeso su molle? E quei due ragazzi in equilibrio su lunghi trampoli? Li avete visti camminare, lenti e prudenti come delle gru, in un territorio paludoso? E le donne di molto incinte in piccoli gruppi riunite? Le avete ascoltate parlare con assoluta naturalezza, nonostante sulle loro teste crescessero copricapi del tutto fuori scala per le convenzioni del nostro tempo?

 

Non tutti si ricorderanno di aver incontrato queste immagini quando sono apparse al mondo, altri sono forse troppo giovani per averlo fatto. Dovete sapere però che, tanti anni fa, nell’ambito di quello che, per convenzione e ricerca di elezione si suole chiamare “mondo dell’arte”, iniziarono a circolare queste ed altre strane immagini, diffuse in mostre, eventi, cataloghi e pubblicazioni varie. Io c’ero, ero proprio lì vicino, e vi posso assicurare che, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, un artista di nome Simone Berti, compiuti i suoi studi in una nota Accademia napoleonica della capitale lombarda, iniziava a mettere al mondo una serie di bizzarre creature, forme ibride tra umano e naturale, animale e meccanico. Potevano essere video, fotografie, sculture, disegni, dipinti, performance. Poco importava il linguaggio, perché in quegli anni si credeva che ogni strumento fosse valido a dare forma all’immaginario visivo dell’artista. Nel caso di Berti – come e ancor di più di altri suoi amici e colleghi di quegli anni – quello che sorprendeva era proprio la coerenza immaginifica di queste visioni seppur nella differenza dei linguaggi. Incontrando questi personaggi, oggetti e forme in una nota galleria milanese, come in alcune arcinote mostre internazionali, si notava come condividessero alcuni caratteri. Che fossero uomini, animali o piante – nel mondo di Berti queste distinzioni sembrano inutili – tutti erano equipaggiati da qualche protesi per lo più artigianale, che sembrava coprire una doppia funzione di impedimento ed elevazione. È vero che queste protesi bloccavano uomini, animali e piante in una unica posizione, ma è altrettanto vero che, non solo davano loro la possibilità di superare certi impedimenti statici e alcuni rischi morfologici, ma donavano loro una certa regalità, come se l’elevazione non fosse solo questione fisica.

 

A metterle insieme, poi, queste creature potevano certamente essere lette come momenti e dettagli di una trama più articolata, di un coerente immaginario visivo. Come altri suoi colleghi, il cui lavoro è emerso più o meno negli stessi anni (Cuoghi, Favaretto, Galegati, Maloberti, Perrone, per esempio), nella somma di micro-trame, personaggi, immagini e situazioni che popolano con continuità le sue opere sembrano emergere forme di una potenziale narrazione. E certamente le creature di Berti sembrano uscire da qualche favola medioevale, da qualche fantasy retro-futurista o neo-primitiva, in cui una montagna è miracolosamente sospesa su una struttura gigantesca, dame senza cavalieri indossano copricapi grandi addirittura come architetture, artisti amici sono ritratti in compagnia della loro opera più famosa o di fiorite protesi vegetali, come segni di una araldica del tempo presente.

 

Negli anni a seguire Berti ha continuato ad alimentare il suo immaginario di nuovi personaggi. Quelli che riempiono lo spazio della galleria Schiavo Zoppelli di Milano continuano e rinnovano quell’immaginario, aggiungendovi una serie di cervi dalle corna diramate in colori e altezze sorprendenti e un’ampia serie di alberi di diverse fogge e colori. Se le corna conquistano l’aere ma impediscono agli animali movimenti agili, e addirittura diventano radici che diventano corna, i fusti degli alberi sono invece ritratti nella loro muscolarità. Visti da vicino e praticamente mai per intero, questi alberi sono dipinti che hanno la forza scultorea di una colonna, la dimensione spaziale di una architettura. Come alcuni degli animali di Berti, sono concentrati di tempo, di un tempo che è diventato – per sedimentazione – forma. Mostrano radici nodose, talmente forti e articolate che al suo interno possano aprirsi delle tane. Spazio della natura e dell’uomo ancora una volta si sovrappongono in un universo che non sembra conoscere divisioni di specie e categorie: quella che prima di lui è stata definita come “la sostanza unitaria del tutto, uomini bestie piante cose, l’infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste”.[1]

 

D’altronde – come e forse ancora di più degli altri suoi colleghi sopra citati – Berti ha portato dalla provincia sensibilità e sguardi “altri”, modelli linguistici e immaginari umani e visivi impregnati di cultura popolare che si incarna in corpi alieni ad ogni omologazione. Modelli narrativi come la favola, la filastrocca, la leggenda, sono stati rimessi in circolo con l’obbiettivo ­– potenzialmente critico ­– di creare uno spazio “protetto” per la differenza all’interno del flusso accelerato della modernità; per renderle storie alternative a quelle mediatamente diffuse. Attraverso forme di folk-tale questi artisti veicolano situazioni simbolo, nuclei mitici, che sembrano abitare un tempo “immemore”, sganciato dalle limitazioni di quello cronologico: il tempo circolare dell’eterno ritorno opposto a quello lineare del progresso.

 

E come altri suoi conterranei, Berti ha capito fin dall’inizio che della nostra modernità dovremmo anche avere qualche sospetto, nella sua volontà di far primeggiare l’antropico sull’animale, l’umano sul vegetale. Se poi pensiamo che Berti proviene dalle regioni paludose del delta del Po, da quel Polesine soggetto di una epica alluvione, capiamo meglio la necessità di costruire stampelle e palafitte, protesi e strutture per proteggersi dall’invasione delle acque. Possiamo capire la necessità di sviluppare in verticale, per controllare se gli argini si siano rotti. Riusciamo ad immaginare la necessità di quegli alberi così fortemente radicati al terreno da diventare protezione, rifugio, addirittura casa, in un mondo che rischia di essere sommerso da nuove emergenze climatiche. Quelle che sembravano racconti di un tempo passato, sono diventate parabole di un tempo troppo presto a venire.

 

Luca Cerizza

 

 

[1] Italo Calvino, introduzione a Fiabe Italiane, Mondadori, Milano 1991, p. xvi.

 

Schiavo Zoppelli Gallery
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Federica Torgano
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